Di quali “risorse” stiamo parlando?
Autore
Claudia
Di quali “risorse” stiamo parlando?
Quante volte abbiamo sentito parlare di “risorse”? Risorse personali, emotive, relazionali, cognitive.
Ricerche scientifiche riconoscono che le risorse aiutino a: stare meglio, ad imparare, a superare le difficoltà, a reggere la fatica.
Esistono studi che mostrano come alcune risorse come: la capacità di attenzione, la regolazione emotiva, la fiducia, possano sostenere i processi di apprendimento e di crescita.
Fin qui, tutto molto chiaro; ma, quando mi sposto dal piano teorico alla vita di tutti i giorni, qualcosa spesso non mi torna.
"Quando chiedo delle risorse… e torniamo alle difficoltà"
Nel mio lavoro mi capita spesso di confrontarmi con adulti che accompagnano bambini e ragazzi: insegnanti, educatori, genitori.
A volte, spesso all’inizio mi dicono:
“Conosciamo bene le sue difficoltà”
“Fatica a concentrarsi”
“Si distrae, non ha voglia”
“È sempre stanca/o.”
“Non partecipa”
Poi mi chiedo e a volte chiedo:
“Quali risorse vedete in questa persona?”
E arrivati a quella domanda, troppo spesso, il discorso si blocca; non per mancanza di attenzione o di cura, ma perché posso riassumere dicendo che non è così semplice dire cosa sia davvero una risorsa.
Allora che succede? si torna molto facilmente a parlare di ciò che manca, di ciò che non va, di ciò che dovrebbe esserci e non c’è.
Questo passaggio dice qualcosa di fondamentale:
forse usiamo molto la parola risorse, ma non sempre sappiamo cosa intendiamo davvero.
"Una risorsa non è “andare bene”, "non disturbare", "fare bene""
Spesso, implicitamente, una risorsa viene fatta coincidere con una capacità di “reggere”, come: la scuola, le richieste, le frustrazioni, il contesto ecc.
Ma è davvero questo?
Possiamo pensare che a 5, 9, 10, 14, 16 o 17 anni una persona debba “saper affrontare tutto”?
Che non debba essere toccata, messa in difficoltà, scalfita da ciò che vive?
Se così fosse, potrei dire che è più sapersi adattare che crescita.
In pedagogia sappiamo che le risorse non sono qualità sempre fruibili, né capacità che una persona può attivare a comando (come siamo abituati ora con tanti strumenti della quotidianità); sono “variabili” che emergono in relazione a un contesto, a una storia, a un clima emotivo.
Una persona può:
mostrare attenzione in un ambiente e interromperla completamente in un altro;
essere curiosa con un adulto e chiudersi con un altro;
sembrare “senza risorse” in un contesto e sorprendentemente preparata in un altro.
Questo descritto, non significa incoerenza o furbizia ma potremmo definirlo funzionamento situato.
Le risorse che non sappiamo vedere
Ci sono risorse che spesso non sento nominare perché non corrispondono a ciò che ci si aspetta.
Per esempio:
una forte sensibilità emotiva, viene raccontata solo come fragilità
una lentezza che difende dal sovraccarico
una resistenza che serve a proteggersi
un bisogno di movimento per poter ragionare
il silenzio come modalità di osservazione
la difficoltà a parlare di sé come cautela verso di sé, non di carenza
Queste non sono “abilità” nel senso scolastico del termine e proprio per questo fanno fatica a essere riconosciute come risorse.
"La fatica dell’adulto: stare senza risposte pronte"
E qui tocchiamo una parte a me cara, l’ho vista negli occhi e nelle parole di adulti con cui ho fatto dei pezzi di percorsi di vita; riconoscere le risorse dell’altro non è semplice anche per un altro motivo, più fastidioso da accettare:
richiede alla persona adulta di rinunciare a una parte del controllo.
Generalmente è più facile raccontare ciò che non va: correggere, sistemare è più rassicurante.
Osservare e nominare le risorse poco chiare, invece, chiede di: tollerare l’incertezza, frenare, capire che non tutto sia chiaro subito, stare in relazione senza avere risposte immediate ma osservando invece la persona nelle sue possibilità.
A volte, sostenere davvero l’altro significa non fare, ma provare “a leggerlo”; il non fare può far sentire impotenti e l’impotenza è difficile da reggere, soprattutto per chi ha un ruolo educativo.
"Partire dalle risorse non significa idealizzare o facilitare"
Personalmente nel mio lavoro inizio dalle risorse; ma non perché voglio “vedere il positivo a tutti i costi”.
Potrei dire che partire dalle risorse significa:
non associare una persona solo alle sue difficoltà;
riflettere sulle variabili che facilitano o bloccano il suo funzionamento;
comprendere che una risorsa possa essere debole, silenziosa e discontinua;
riconoscere che alcune risorse affiorano solo quando non vengono forzate
Cerco sempre non tanto di “tirare fuori” qualcosa, ma creare uno spazietto in cui qualcosa possa forse emergere.
Una responsabilità condivisa
Se le risorse restano invisibili, ci deve essere uno “sforzo condiviso” mi piace chiamarla una “responsabilità educativa condivisa”.
Forse, prima di chiederci quali risorse abbia un bambin*, un ragazz*, lui o lei, dovremmo domandarci se possiamo iniziare a guardare oltre ciò che non funziona e a rimanere anche quando non vediamo subito ciò che conosciamo e ci rassicura.